In misura minore che in passato, tuttavia, ancora oggi lo psicologo rappresenta una figura professionale che incute timore. Psicologo ovvero strizzacervelli, e poi dallo psicologo ci vanno i matti! …per citare solo alcuni degli errati accostamenti che si sovrappongono alla professione. In verità, la Legge istitutiva della categoria professionale spiega che “la professione di psicologo comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito.” Si tratta dunque di una professione sanitaria dotata degli strumenti per conoscere e agire nella direzione del benessere della persona e dei sistemi sociali. Inoltre, tutti gli psicologi sono tenuti all’osservanza del Codice Deontologico, che rappresenta un corpus normativo interno all’Ordine professionale, pensato allo scopo di tutelare tanto il professionista quanto l’utente. Uno per tutti, l’articolo 22 del C. D. recita che: “lo psicologo adotta condotte non lesive per le persone di cui si occupa professionalmente, e non utilizza il proprio ruolo ed i propri strumenti per assicurare a sé o ad altri indebiti vantaggi”.
Dal punto di vista socio-culturale, oggi molti passi in avanti sono stati fatti nella direzione di un cambiamento di coscienza rispetto al significativo ruolo che lo psicologo svolge nel contesto contemporaneo. Eppure esiste e resiste una fetta di soggetti non solo scettica rispetto alle scienze psicologiche, ma anche vittima di pregiudizio sulla categoria professionale nella sua globalità. Mentre incrementano disturbi psicologici quali ansia, attacchi di panico, stress, e depressione, una porzione di individui resta resistente alla psicologia del sostegno. In alcuni casi si tratta di stereotipi, pregiudizi e luoghi comuni, in altri casi invece la resistenza al lavoro dello psicologo è più sottile, più implicita e, tuttavia, non meno attiva. Ci sono persone che sanno bene che lo psicologo non è il professionista dei matti, che egli non è il manipolatore che fa lavaggi di cervello, e queste persone possono perfino essersi messe alla ricerca di un professionista a cui affidarsi. Eppure, alle volte si fa fatica a fissare l’appuntamento per il colloquio clinico (“dr.ssa possiamo rimandare? dr.ssa, la richiamerò domani! grazie dr.ssa, la ricontatterò presto”) , si percepisce in loro una qualche forma di ansia, di tensione, di resistenza all’incontro. L’idea che mi sono fatta è che lo psicologo rappresenta nel loro immaginario una persona che può sabotare equilibri personali e relazionali faticosamente conquistati, che può scegliere di seminare dubbi dove il paziente chiede certezze e che, in ultima analisi, può giudicare la storia del suo assistito, le sue decisioni e le relative vicende esistenziali. Da ultimo ma non per ultimo, l’elemento connesso alle tempistiche della consulenza psicologica. Dal grande lascito della psicoanalisi, noi psicologi ereditiamo anche il mito del lettino e di percorsi che durano anni. In verità, nel panorama della psicologia clinica e del sostegno oggi convivono una molteplicità di approcci alla persona e al disturbo che quasi mai includono il lettino e che procedono assicurando tempistiche assolutamente ridotte. Per esemplificare, nella mia attività clinica e di counseling psicologico faccio riferimento al modello strategico che offre l’opportunità di lavorare sul qui e ora del sintomo o del problema presentato, garantendo tempi brevi di risoluzione (che chiaramente poi risentono dell’individualità del paziente). Una precisazione è doverosa: la concentrazione sull’obiettivo propria del counseling strategico si fonda sull’accoglienza e sull’ascolto attivo e non giudicante, resi possibili da una comunicazione imperniata sull’empatia. Anche in questo caso, vale la pena scrollare eventuali paure su rigidità e ritmi incalzanti. La psicologia del sostegno ed i suoi protocolli sono inefficaci se non si piegano all’unicità del paziente.